Stampa
PDF
06
Mar

Intervista a Enrico Ruggeri

Scritto da Steccherino on 06 Marzo 2008.

Intervista Enrico Ruggeri presso l’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”,
Facoltà di lettere e filosofia di Vercelli, a.a. 1998-1999.
Organizzatori e correlatori: Steccherino, Stefano Galazzo, Shanti Ghelardoni, Marco Marangon.

Ci parli dei tuoi concerti? Come li vivi?
Il mio modo di fare concerti è completamente diverso rispetto a quello di molti artisti. Io suono con persone che conosco da molto tempo e che in primo luogo sono i miei amici. Mi viene in mente un film di qualche anno fa, Amici miei, ecco la nostra tournee è molto simile a quel film. Io viaggio coi miei amici; alla fine di un concerto, dormo e mangio con loro e nello stesso albergo. Mentre i cantanti solitamente si dileguano prima e dopo un’esibizione, io faccio una “zingarata”. Con questi presupposti, è chiaro che io vengo pagato per divertirmi e soprattutto per essere me stesso. Ecco un modo per “esorcizzare” anche l’idea del tempo che passa.

Per quale ragione hai deciso di pubblicare anche due libri di racconti e poesie?
A un certo punto, dopo anni che scrivi, ti accorgi come la formula canzone sia restrittiva. Negli ultimi quarant’anni circa, tutti abbiamo scritto canzoni sulla stessa struttura. È evidente che, non essendo riusciti a scardinare questo metodo, unito all’altro problema della sintesi (una canzone non dovrebbe superare la durata di circa quattro minuti), induca a ricercare altrove espressioni diverse.
Il percorso espressivo che sta alle origini di una canzone è molto faticoso e molto difficile da seguire, per cui succede che capita di avere delle pulsioni, delle emozioni che possono stare solo in un libro.
Così, con grande umiltà e anche con libertà, mi sono accostato al libro.
Il rapporto è completamente diverso: quando scrivi una canzone sai che molte persone l’ascolteranno e pensi, nel migliore dei casi, al concerto; quando scrivi un libro, invece, hai un rapporto a due, perché ogni persona che lo leggerà si troverà sola. Il rapporto è a due, fra autore e fruitore. Questo spiega, nel mio caso, per quale ragione nel libro siano entrate sensazioni ancora più personali, ancora più intime rispetto a quelle presenti nelle canzoni.
Scrivere è stata un’esperienza pericolosa, ma sono contento di averla fatta perché, nel momento in cui sono tornato a scrivere canzoni, mi sono sentito più leggero, quasi liberato.

La metrica può essere considerata la forma di una canzone; il testo è il contenuto. Quanto conta per te la forma e in quale rapporto sta col contenuto?
In rapporto molto stretto. Penso che tutti noi siamo potenziali scrittori di canzoni, tutti noi abbiamo la sensibilità, dei sogni, delle aspettative, il contenuto insomma. Ma scrivere una canzone che comunichi qualcosa di intenso…qui c’è lo scalino della forma. A me piace la lingua italiana; a me piace giocare con essa e ricercare delle rime anomale, il contatto con la metrica. Credo nella forza della forma.

A quali autori letterari ti ricolleghi quando scrivi?
È difficile dire da quali autori sei stato influenzato, perché nel momento in cui scrivi una canzone ci sono innumerevoli altri fattori che la influenzano.
Posso dire di essere amante della Letteratura russa, perché gli scrittori russi sono riusciti ad avvicinarsi alla radice dell’uomo. Mi stupisco quando, leggendo un libro, mi accorgo che quel determinato autore mi conosce molto di più di quanto non mi conosca io.
Penso che un grande libro sia quello che riesce a vivere bene anche fuori dal sul tempo, diventando immortale.

Hai scritto diverse canzoni d’amore. Che cosa pensi di questa tematica? Non credi che sia troppo abusata?
Il mondo femminile è il teatro più bello da secoli. Il grande fascino della canzone d’amore è quello che nel tempo alcuni brani saranno ancora considerati belli e originali: è una tematica che non viene mai meno, non si esaurisce. L’amore è un territorio immenso.

Il percorso della vita va di pari passo con il percorso di scrittura?
Il percorso della vita e i percorso di scrittura non vanno di pari passo. Non è detto che quando sei innamorato tu scriva una canzone d’amore. Ci sono dei momenti in cui compare l’ “Enrico” di quattro anni prima e misteriosamente ricompaiano le pulsioni di allora, completamente diverse da quelle contemporanee. Allora bisogna immedesimarsi in quello che eri nel passato e scrivere. Non è semplice.

Qual è quindi il tuo rapporto con il tempo?
Invecchiare e vedere gli anni che passano è una cosa completamente ingiusta. Ingiusta per te stesso, mentre ti appropri dei meccanismi della vita, scopri paradossalmente che hai meno tempo per poterli utilizzare. Molto faticoso: più ti diverti e fai qualcosa di bello e più senti l’ansia perché temi che Qualcuno ti tolga di mano il giocattolo col quale ti stai divertendo.

Mi sembra di capire che vorresti, in un certo senso, rimanere un Peter Pan della situazione…
Voglio restare un poeta bambino.
Continuo a pensare che la nostra vita da alunni è di continuare a incentivare la curiosità, la nostra voglia di conoscere. Riscoprire il bambino che ho dentro di me è un buon esercizio di elasticità mentale: il bambino è curioso, si sottopone a fatica alle convenzioni, se ha voglia e solo se ha voglia sta in un determinato posto. Noi invece passiamo attraverso leggi scritte a fatica. Quindi, ogni volta che si può fare i bambini…è una conquista!

Qual è il tuo rapporto con la religione?
Fondamentalmente credo in Dio. Credo che non avrebbe senso vivere e impegnarci se poi fosse tutto fine a se stesso. Credo però che l’immagine che ci viene proposta dalle Istituzioni religiose sia distorta. Io non posso pensare a un Dio così punitivo e vendicativo. Voglio dire, io non posso pensare a un Dio che ci punisce perché ho avuto rapporti sessuali prima del matrimonio, perché non andavo più d’accordo con mia moglie e mi sono rifatto una famiglia, perché sono un omosessuale…
Ho scritto una canzone intitolata Giudizio Universale, dove parlo di quelli che secondo me sono i “veri cattivi”; intendo i narcotrafficanti, i signori della guerra, quelli che inquinano regioni intere…
Le nostre fatiche per vivere e la nostra voglia di cercare piacere dalla vita non credo verranno represse.

Per riprendere l’argomento guerra, soprusi ecc… Spesso affronti tematiche molto impegnate, ma non lo fai direttamente, le sfumi…Mi viene in mente ad esempio, quando hai rifiutato di cantare la frase “perché la guerra, la carestia, non sono scene viste in tv” di Si può dare di più, puoi spiegarci perché?
È una linea di editoria.
Io ho trattato spesso temi anche spinosi, ma ho cercato di farlo in modo poetico e non di parlarne quasi come fosse uno slogan, più ad effetto che a contenuto.

Per concludere, smetteresti di scrivere canzoni?
No, non credo.
Continuo a scrivere canzoni perché mi fa piacere. Scrivo a getto continuo, quando sono a casa e non capisco qualcosa di me, oppure semplicemente quando ho voglia di applicarmi ai meccanismi della scrittura. Per cui mi capita spesso di avere più canzoni di quelle che può contenere un Cd; allora lascio ad altri

 

 

Privacy & Policy

VAI ALLA PAGINA

Area Riservata

Utenti Online

 31 visitatori online