Intervista a Franca Masu
Torino, 4 settembre 2004
Raffaella Buzzi Intervista Franca Masu
1. Chi è Franca Masu e quali sono stati gli avvenimenti che l'hanno portata ai due cambiamenti: dalla musica leggera italiana al jazz e dal jazz al catalano di Alghero?
Chi è Franca Masu? E' una bella domanda, perchè effettivamente il cambio radicale c'è stato in questi ultimi due anni. Io insegnavo alla scuola media superiore, sono insegnante di Lettere, e per diletto cantavo. Affidavo a questo divertimento canoro solo il tempo disponibile d'estate. Poi, invece, ho cominciato a vedere che i risultati venivano un po' fuori e che le cose che proponevo avevano un senso e andavano al di là del semplice gioco, divertimento o maniera di intrattenere il tempo estivo, e la cosa è diventata seria. Quindi mi sono impegnata in quello che è stato il mio primo progetto che venne fuori nel 1997 e che si chiama "El meu viatge", facendo un incontro fortunato con un produttore, Mark Harris, un musicista meraviglioso ma a quel tempo produttore appunto perchè voleva fare delle produzioni nuove di artisti emergenti. La cosa è dunque nata, ha preso corpo ed è diventata un disco che ci ha dato la possibilità di esibirci soprattutto in Spagna, in festival molto interessanti in Catalogna che hanno portato questo lavoro ad essere premiato dalla SGAE spagnola come miglior opera prima. Sempre di più, quindi, Franca ha preso coscienza del fatto che probabilmente doveva cambiare radicalmente la sua vita e diventare soltanto cantante. Infatti questo ho fatto, ho prodotto un secondo album cambiando un pò anche il tipo di musica avvicinandomi maggiormente ad una atmosfera che più si confacesse alla mia personalità e al mio sentire. Intanto un sound più acustico, niente elettronica e molto meno jazz rispetto al primo lavoro; niente batteria o basso elettrico, appunto molte corde, percussioni e fisarmonica. In questo lavoro che si chiama è Algumia mi riconosco molto di più, non rinnego certamente il primo, però mi sembra che veramente ho trovato una dimensione che si sposi molto bene con quella della mia vita, non c'è discrepanza con quello che sono io, quello che vivo e quello che poi può passare sul palco, sono veramente così e questo, oggi, mi dà una sicurezza, una serenità e una felicità che non guastano in questo lavoro.
2. C'è stato comunque un avvenimento particolare che ha scaturito questo passaggio dal jazz alla tradizione?
No, non c’è stato qualcosa di scatenante, però c’è stato che mi sono ascoltata di più. Probabilmente in un momento di riflessione dopo il primo lavoro, quando anche le disponibilità e le intenzioni di Harris non erano quelle di farne un secondo. Io volevo andare avanti, ho cercato dentro me una strada che si potesse realizzare: volevo fare un lavoro per ritrovarmi maggiormente e non è stato difficile guardarmi intorno e riscoprire sempre di più la mia città. Cosa che avevo già fatto, diciamo, nel primo lavoro, perché avevo scoperto che potevo esprimermi in catalano ed era già un allontanamento dagli standard americani, era già un altro codice linguistico per esprimermi che avevo trovato. Avevo trovato anche un territorio musicale che tutto sommato mi intrigava molto. Per caso ho sentito delle canzoni cantate dai pescatori; c’era un posto molto popolare e folcloristico, che adesso hanno chiuso, dove i pescatori si riunivano o alla fine della giornata e la sera o in caso di brutto tempo per bere qualche bicchiere in più intonando con una chitarra i veri canti tradizionali popolari. Una sera passando lì vicino rimasi incantata perché, anche se il livello alcolico era un po’ alto, uscivano fuori delle cose che avevano del vero e pensavo “secondo me queste cose sono come delle piccole perle e andrebbero veramente valorizzate”. Mi sono messa a cercare, ho trovato materiale anche se non è stato facilissimo, l’ho scelto e insieme a Mauro Palmas, il mandolinista che mi accompagna in questo lavoro, e a Salvatore Montana, il contrabbassista, abbiamo rivestito questi brani con un altro sapore senza togliere quella che era la loro originalità però, certo, arricchendoli, riadattandoli e reinterpretandoli. Gli abbiamo dato una nuova vita, io penso semplicemente questo.
3. C’è stata difficoltà ad apprendere il catalano?
L’ho dovuto studiare da capo ma non ho avuto difficoltà perché ho una grande predisposizione per le lingue. Cantare in francese, spagnolo, portoghese per me no fa alcuna differenza, ne imparo la pronuncia. E’ chiaro che il catalano l’ho voluto studiare, per me, per essere padrona della situazione, per poterci lavorare; anche in Catalogna avere dei rapporti basati un minimo sulla credibilità, ma anche per una sicurezza mia, per ritrovare veramente queste origini, per appropriarmene e dominarla completamente e oggi la domino sia nella variante algherese che in quella catalana, perché sono due cose completamente diverse. L’algherese è una variante del catalano e non sempre in Catalogna si è capiti se si parla solamente l’algherese. E’ una cosa suggestiva, a loro piace; c’è questo fatto esotico del paese non molto distante dal mare che parla come loro con un accento diverso.
4. Lei ha detto che non rinnega il lavoro precedente, quindi anche la tecnica jazzistica. Ma in questo momento quanto è utile la tecnica del jazz su un canto tradizionale?
Io non ho studiato una nota di musica, non so cosa significhi leggere uno spartito e non ho mai studiato canto. Io non ti so rispondere a questa domanda perché io non so cosa sia la tecnica jazzistica.
5. Lei è dunque molto istintiva?
Esatto, io canto così perché sono nata così.
Non lo so, però posso dire questo: se chi mi ha ascoltato dice che ho la tecnica jazzistica, evidentemente questo è l’utilizzo della voce quando si canta jazz. E’ un bel aiuto, mi rendo conto che mi ha dato una libertà di espressione incredibile. Ma non so se cantando in maniera “folk” sarebbe stata la stessa cosa o meno, emettendo dei suoni o modulando la voce solo in un certo modo con una caratteristica che, mi rendo conto, esiste in certe artiste prettamente folcloristiche; non lo so, magari mi sarei potuta esprimere al meglio lo stesso.
6. Quindi quello che produce è tutto naturale?
Naturale al cento per cento. E’ con modestia che lo dico, non per vantarmi. Io per pigrizia non ho mai voluto studiare. Cantare mi dà una felicità incredibile. Se mi dovessi mettere a studiare penso che perderei un buon quaranta per cento di felicità, perché la mente sarebbe impegnata a pensare di respirare in un modo, etc. Capisco che bisognerebbe perché è un grosso aiuto; quando non si è molto in forma la tecnica può aiutare. Qui, ad esempio, è molto umido e ho molta tosse e questa sera non so cosa farò. Non mi importa, farò altro, arriverà qualcos’ altro alla gente, anche se con un filo di voce.
7. Arriverà l’anima?
Io penso ad altro quando canto, si.
8. Come si riscalda la voce prima di un concerto o a casa?
Prima di un concerto chiacchiero, fumo a volte. E a casa non dedico tempo. Qui non sono brava, dovrei farlo. Perché il talento va bene, però bisogna anche studiare, nel senso che bisogna volere bene al proprio strumento. Non faccio niente altro che prendere un tè caldo.
9. La tecnica da sola non serve, il dono da solo molte volte non basta. Come si fa ad unire le due senza porre condizionamenti o limiti?
Un po’ di tecnica bisogna conoscerla, si, è fondamentale, me ne rendo conto. Questo lavoro stanca molto. Se si deve viaggiare tanto è meglio arrivare in forma fisicamente; se non si dorme la voce non esce, c’è poco da dire, si ha un’altra voce, si sposta. Quindi bisogna trovare un giusto compromesso, fare esercizio ma non dimenticarsi che quando si è poi a luci basse davanti alla gente arriva anche altro. Tutto qua.
10. Se dovesse salvare tre cd, quale salverebbe? E qual’ è la sua guida d’ascolto attuale?
Tre cd che per me hanno contato sono Mina, Diane Schuure e Dulce Pontes.
In questo momento stò ascoltando Argentina Santos che con ottanta anni ti fa piangere, è una leggenda vivente, penso l’ultima leggenda vivente del fado. Poi salverei Amalia, quindi tre cd non mi bastano, ho paura che mi devo allargare un po’!
11. Può dare un consiglio ai ragazzi sulla guida all’ascolto?
Io sono passata attraverso questi tre pilastri. Ho ingoiato Mina, quindi per liberarmi poi dei suoni che lei faceva, delle mosse che faceva ci ho messo un po’ di tempo. Bisogna ascoltare ma non fare come ho fatto io che veramente li ho ingoiati e toglierseli di dosso è dura. Dopo sono passata al jazz e le ho ascoltate tutte, Billie Holiday, etc. Io amo i cd live, voglio sentire qualcosa che è successo davvero. Dee Dee Bridgewater ‘Live in Paris’, molti lo criticano quel cd perché dicono che gridava molto, perché aveva la tosse, perché non è jazz e via dicendo; non mi importa, io lo adoro e quando l’ho sentita dal vivo due anni fa…è favolosa! Io mi devo emozionare, per me durante uno spettacolo ci deve essere un momento in cui io volo dalla sedia; un attimo, un attimo mi deve catturare e se il brivido nella schiena non è passato, me ne vado un po’ triste.
Ascolto molto fado e tango, anche perché lo canto. Nel tango ascolto Cecilia Rossetto, che è un’attrice argentina. Canta con una voce rotta che mi fa venire i brividi. Non ho un ascolto ad ampio raggio, se mi fisso non riesco più a spostarmi. Del fado finora mi sono fatta una bella panoramica. L’ho stò praticando da un po’ di tempo con un maestro di fado straordinario di Recanati; Marco Poeta, l’unico chitarrista di chitarra portoghese in Italia riconosciuto e premiato dai portoghesi, l’unico al mondo insieme a un giapponese. E’ veramente un grande maestro e io sono la voce del suo trio.
12. A quale altra forma d’arte assocerebbe la sua vocalità?
Io sono molto legata alla pittura di mio padre, un grande esponente del novecento sardo, è un figurativo. Mi sembra davvero un pittore fadista, per la nostalgia, la malinconia, la saudade. Si sente nelle sue tele che esprime, nelle sue bagnanti che stanno zitte davanti al mare ma sembra che stiano in sintonia tra loro e si fanno trasportare dal vento, sembrano assenti, ma invece sono dentro la natura; è un discorso molto complesso ma per me molto forte dal punto di vista emozionale. Quindi alla pittura io sono molto legata ed è l’arte figurativa quella che sento più vicina a me.
13. Per il concerto di questa sera c’è un filo conduttore?
Io porto queste musiche in catalano, alcune sono musiche tradizionali altre sono scritte da me. Il filo conduttore è la voglia di portare questo mare che io porto negli occhi. Perché abito davanti al porto ,vivo nel centro storico dove si vive una dimensione davvero ancora molto strana, come poteva essere cinquanta anni fa. Ci si parla dalle finestre, ci si scambiano le cose da mangiare, i bambini giocano tranquillamente senza essere controllati perché si può stare bene. Il pescatore torna con la sua borsa piena di pesce…ci sono degli odori, delle musiche, quelle tende di pizzo che svolazzano…E tutto questo è molto sentito da me. Mi ricorda molto il Portogallo. Tutto questo è molto mediterraneo, sa di mare, sa di pace e di voglia di sognare, quello che cerco di trasmettere quando canto.
14. Un colore?
Ambra
15. Quali sono i suoi progetti futuri?
Ho trovato dei filmati inediti in bianco e nero della mia città, che ritraggono una Alghero dal 1948 al 1955. Penso di aver trovato una cosa di una preziosità incredibile. Non sono stati mai visti e non c’è bisogno di restaurarli perché la qualità è straordinariamente bellissima, anche se sono filmati amatoriali. Penso che chi avesse girato quelle immagini un minimo se ne dovesse intendere: non aveva mezzi, non c’era zoom e se voleva vedere qualcosa in primo piano si doveva avvicinare lui . E’ tutto neorealismo puro: le facce di quei pescatori, la donne di Alghero, i vicoli, com’erano i bastioni, tutto come era allora. Tutto ciò che è stato studiato e riportato sui libri adesso ne ho trovato un film. Ho pensato di montarlo facendone un lungometraggio che abbia però una sua storia interna, ho fatto una sceneggiatura, diciamo così, perché sono tanti spezzoni che ho messo insieme per dargli una storia. La colonna sonora la voglio affidare al maestro Palmas e lo spettacolo è quindi questo racconto visivo e in musica, è un film che si ascolta.


