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MASCHERA & GOLA APERTA
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Articolo scritto dal M° Antonio Juvarra

 

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MASCHERA & GOLA APERTA

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NOVITA!!!!
MASCHERA & GOLA APERTA
Spazio didattica
Articolo scritto dal M° Antonio Juvarra

Maschera” e “gola aperta” sono le due facce della medaglia vocale: senza vera apertura della gola non c'è vera maschera  e viceversa. Potremmo definire provvisoriamente la prima come la dimensione frontale-superficiale del suono (quello che si manifesta come 'brillantezza', focus e 'squillo') e la seconda come la dimensione della rotondità e della spazialità vera e propria.
'La didattica del canto si esprime facendo ricorsi a metafore e simboli spaziali. Essi sono un elemento indispensabile nell'apprendimento di una disciplina come il canto (che non impegna solo l'intelligenza razionale come succede con  la matematica), ma, proprio in quanto 'allusivi', sfumati e non precisamente definiti, danno spesso origine a malintesi ed errori.
Pensare male porta a cantare male. Occorre quindi saper distinguere non solo la 'maschera', che è una metafora, ma anche la 'gola aperta', che apparentemente è un'idea “chiara e distinta”, dai rispettivi surrogati., pericolosi in quanto spesso non c'è la coscienza che si tratta di surrogati.
Per capire la differenza tra fenomeno autentico e surrogato, occorre partire dall'analisi di ciò che 'maschera' e 'gola aperta' sono, e di ciò che non sono.
Cominciamo dalla 'maschera' e da ciò che NON E'. Essa non è nasalizzazione e/o  twang, né un accentuare artificialmente le sensazioni vibratorie nella zona frontale; non è un “fare la faccia cattiva” o un “fare l'urlo della strega”;  non è un dilatare volontariamente le narici; non è una cavità reale, anatomica (identificata nei seni nasali e/o paranasali), dove 'inviare' i suoni perché magicamente si amplifichino. Queste cavità esistono, ma NON sono cavità di risonanza. Anche se lo fossero, in ogni caso i suoni non possono essere inviati in nessun posto, più o meno magico e immaginario, dell'apparato di risonanza.
Anche qui si ripresenta il problema di ciò che appare e di ciò che in realtà è.
Nel canto non possiamo inviare, indirizzare o proiettare i suoni da nessuna parte (per il semplice fatto che il suono NON è un oggetto), ma abbiamo, purtroppo,
l' ILLUSIONE di poterlo fare, il che è causa di gravi squilibri. Cadere in questa illusione significa 'spingere' la voce. Sono molte le modalità e le gradazioni della voce 'spinta'. Ce n'è una 'di moda',  chiamata voce 'avanti' o 'fuori', che è quasi sempre scorretta perché è il risultato di questa operazione acusticamente impossibile, che consiste nel cercare di 'spostare' un suono da una zona all'altra dello spazio (sia interno che esterno).
Trattare una cosa per quello che è e, e non per quello che non è, dovrebbe essere il presupposto di qualsiasi attività umana, soprattutto scientifica. Che ne direste di un tizio che per facilitare la propagazione della corrente elettrica lungo un filo, muovesse il filo o lo inclinasse verso il basso ? La stessa 'procedura' e la stessa 'logica' seguono coloro che si propongono di 'proiettare' avanti (o in alto) il suono (o il fiato): mentre il cantante si illude di 'indirizzare' e aiutare il cammino in fuori del suono, quest'ultimo, nella sua realtà effettiva (cioè acustica) di serie di onde che si propagano nello spazio, è già centinaia di metri più avanti sia del fiato del cantante (ATTRAVERSO cui scorre), sia della zona anatomica (palato duro o molle che sia), scelta dal cantante come 'bersaglio' delle sue 'proiezioni'. 
Che cos'è allora la 'maschera' ? Come l'arcobaleno è un effetto ottico, la maschera è un effetto tattile-spaziale, che avviene a determinate condizioni che poi vedremo. Come non si cammina sull'arcobaleno o non si appicca il fuoco sotto un motore per 'accenderlo', così la maschera non è una sorta di 'turbo' della voce, da attivare 'mandando i suoni' in quella zona anatomica.
Possiamo definire la (vera) maschera come la percezione del piano frontale della risonanza, che da sola avviene (come l'arcobaleno....) quando concorrono le seguenti condizioni:
1) il suono è puro e, quindi, nasce naturalmente un po' in alto (NON viene mandato in alto) 
2) la pronuncia è essenziale e fluida ed è realizzata senza movimenti bruschi e 'scavati' della mandibola 
3) l'apertura della bocca, eccezion fatta per gli acuti, è 'raccolta', come avviene nella voce parlata 
4) la gola non è sede di contrazioni muscolari (per eccessiva chiusura o eccessiva apertura) e quindi è presente la percezione sia del suono 'staccato' dalla gola, sia di uno spazio alto e ampio
5) la voce è lasciata funzionare e non fatta funzionare.

 

I simboli del canto hanno sempre un loro significato logico, che occorre saper trovare e interpretare nel giusto modo.
Ad esempio, parlando di maschera, ci siamo mai chiesti di quale maschera si tratta ? Non di quella greca, che copre tutto il volto e talvolta anche la testa, ma di quella veneziana, che copre solo la parte superiore del volto. La scelta non è casuale: la base della maschera veneziana, infatti, che si colloca immediatamente sopra la bocca, indica  la linea (immaginaria), al di sopra della quale nascono i suoni puri e al di sotto della quale non devono scendere, se si vuole mantenere la corretta sintonizzazione della voce e la risonanza libera. Nello stesso tempo ricorda ed evoca una sensazione di spazio, che non può essere solo verticale (se non si vuole che la voce si 'intubi' e si scurisca), ma che deve essere anche laterale-orizzontale, soprattutto nel centro della voce, così come è stato insegnato da tutti i grandi cantanti del passato da Enrico Caruso ad  Aureliano Pertile.
Mantenere una pronuncia sciolta ed essenziale, come quando si parla, è una delle condizioni più importanti perché la 'maschera' non cada......

Passiamo alla gola aperta. Qui i problemi sono minori, perché non ci troviamo di fronte a un simbolo, come nel caso della maschera. Come va concepita e realizzata questa apertura ? Risposta sintetica: in modo naturale e olistico, non settoriale e meccanico.  Più concretamente, non azionando direttamente i muscoli che aprono la gola, perché in questo caso avremo un'apertura eccessiva e/o rigida.
La tradizione italiana ha elaborato un modo per rendere questa manovra un atto olistico: inserirla nella respirazione. La cosa funziona a una condizione: che a sua volta la respirazione sia naturale e non settoriale-meccanica, altrimenti è come il cane che si morde la coda....Parlando di respirazione naturale, specifichiamo che non si tratta della respirazione della voce parlata, altrettanto naturale ma superficiale, ma di quella ampia e profonda di atti come la boccata d'aria e il sospiro di sollievo.

Una volta imparato come aprire correttamente e naturalmente la gola, si pone un ulteriore problema.
'Maschera' e 'gola aperta' sono due poli opposti e, rimanendo sul piano dell'opposizione, uno tende a prevalere sull'altro, a subordinarlo a sé. Se vince la 'maschera', avremo una pronuncia netta e un suono piatto, senza rotondità;  se vince la gola aperta, avremo un suono gonfio, più o meno scuro, e una pronuncia macchinosa, non espressiva. Perché questo ? Lo spazio di risonanza del canto è uno spazio 'bicamerale', fluido, composto da gola e bocca, che contribuiscono in proporzione diversa alla creazione del suono, a seconda delle vocali e delle note da cantare. Se si riesce a stabilire questa relazione armonica tra le due cavità, percepita soggettivamente come un sorvolare tranquillamente la linea melodica, stando immediatamente al di sopra del piano dei due opposti che si fronteggiano, sentiremo che i due spazi si fondono morbidamente e contribuiscono, rimanendo 'interindipendenti', alla creazione del suono vero, ben sintonizzato e, quindi, alla risonanza libera.
La relazione armonica, sinergica che interviene in questo modo tra le due cavità della bocca e della gola, è una relazione dinamica e flessibile. Il mantenimento di una pronuncia sciolta ed essenziale (come quando si parla), è ciò che garantisce queste condizioni vitali di flessibilità. Ogni tentativo di 'prefabbricare' uno spazio di risonanza determinato, sulla base di un controllo volontario diretto di tipo statico, sfocia in una coordinazione muscolare rigida, che non è che un'ingessatura della voce.
In questo caso la 'maschera' diventa un maschera carnevalesca che copre e soffoca la mobilità e la verità del 'volto' del suono, e la 'colonna del fiato' un bunker sotterraneo dove la voce rimane non radicata, ma sepolta. 

Antonio Juvarra