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17
Ott

Tra la musica e le parole

Scritto da Prof. Stefano Galazzo on 17 Ottobre 2008.

Tra la musica e le parole
Qualche riflessione ai margini delle canzoni di De Andrè
scritto dal Prof. Stefano Galazzo

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Si susseguono a ritmi spesso insostenibili le nostre giornate, costringendoci a corse estenuanti contro il tempo tiranno. Per noi, per il nostro benessere interiore, restano rimasugli di tempo, sempre insufficienti, e di questi avanzi ritrovati a fatica disponiamo il più delle volte in modo poco fruttuoso. Anziché rilassarci, rientrare in noi stessi, ritrovare quel briciolo di serenità con cui affrontare la vita, ci stanchiamo in altre attività o ci addormentiamo davanti a programmi noiosi e superficiali. Diventa difficile riflettere; la musica stessa è un sottofondo sonoro su cui si appisolano i nostri pensieri, una sorta di tappeto su cui scivolano le poche parole che ci scambiamo.
Eppure la musica è energia capace di visitare i nostri cuori e donare pace. E’ un’amica in grado di penetrare nelle profondità dell’anima e lenire le ferite più dolorose, non un semplice “passatempo”, un “nastro” su cui far scorrere le nostre giornate.

E la parola?
Anche lei, ahimè, è svuotata della sua importante funzione comunicativa per diventare semplice sottofondo sonoro alle nostre fatiche. Troviamo sempre più difficile parlare tra di noi, ma soprattutto non riusciamo più ad ascoltare ed ascoltarci veramente. Spesso le persone a noi più vicine ci manifestano i loro bisogni, ci dicono i loro drammi, e noi non li comprendiamo, distratti e indaffarati nel marasma quotidiano.
Siamo sommersi di parole, inutili chiacchiericci che dovrebbero essere sostituiti da un più salutare e sobrio silenzio.
Un amico, qualche tempo fa, mi disse che la parola è luce, e come tale può aiutarci a illuminare le parti più buie del nostro cuore, ma anche, e soprattutto, le coscienze.
E’ a questa parola che credo. E ci credo perché i grandi poeti, i classici della letteratura universale, hanno contribuito ad accendere una piccola lampada di speranza che può esserci di guida, se accettata con umiltà.
Ma questa parola non è solo appannaggio della grande letteratura, dei classici che, per intenderci, studiamo a scuola, dei versi di Dante piuttosto che di Foscolo, o delle pagine de “I promessi sposi” piuttosto che di “Delitto e castigo”. La parola, a volte, incontra in modo sorprendente la musica, si fonda con essa, regalandoci una magia e una riflessione sull’uomo e sulla vita degne delle pagine più alte di Camus. Diventa “canzone”, e nella fattispecie “canzone d’autore”, “vera e propria arte”.
Devo confessare, però, che l’alchimia prodotta dall’unione di parole e musica è qualcosa di raro: sono pochi gli “chansonnier” che riescono ad emozionarmi, a stupirmi, a stimolare i miei pensieri, ad aiutarmi a guardare il mondo con occhi nuovi.

Sono cresciuto con le canzoni di uno di loro, scomparso qualche anno fa: Fabrizio De Andrè. Di lui è stato detto molto, spesso in modo improprio e superficiale. Da molti è stato definito il “poeta degli ultimi”, la voce di chi non ha voce perché la società non gli concede un angolo dove esprimersi, dire il proprio malessere, raccontare il proprio disagio esistenziale.
A me piace considerare Fabrizio De Andrè come uno tra i grandi artisti italiani del Novecento che hanno restituito dignità all’uomo ferito dalla vita, allo sconfitto che, nonostante tutto, nello scacco, non perde il rispetto di sè perché capace di soffrire e a volte rialzarsi senza piegarsi.
Per me Fabrizio De Andrè è soprattutto lo “chansonnier” del silenzio. La sua voce calda e profonda non deve confondersi con gli altri suoni della quotidianità, coi chiacchiericci, ma va isolata, riscoperta in quell’angolo della nostra casa e della nostra anima in cui siamo meglio disposti ad ascoltare per imparare qualcosa in più su di noi e su ciò che ci circonda.
La voce di De Andrè è la voce di chi ama la parola, la sua musicalità, le sfumature di significato che essa può assumere. Musica e parola, nella vocalità unica dell’artista genovese, trovano una sintesi perfetta e davvero straordinaria, nel senso che la parola è esaltata da questa voce, si fa musica grazie ad essa, si confonde con le note degli strumenti ma non si perde in essi. La parola cantata di De Andrè scava nelle miserie umane, ma ci dice anche che, nonostante il dolore, esiste una possibilità di salvezza: l’amore.

L’amore è coraggio, ma anche sogno, capacità creativa, riscoperta di tutto ciò che, attorno a noi, può restituirci un barlume di gioia: la meraviglia dinanzi allo spettacolo della natura, lo stupore per la bellezza della donna, il desiderio di libertà, la libertà di essere ciò che si è, senza restrizioni.

Canzoni come “Bocca di Rosa”, “Via del Campo”, “Il testamento”, “Princesa” ecc ecc, sono questo: un tentativo di raccontare l’uomo ma anche la dimostrazione che la parola e la musica, nel loro incontro, possono sottrarci alla banalità, spesso da noi cercata inconsciamente, perché più facile da trovare, meno impegnativa. Sono un invito a ricercare quei “diamanti” segreti custoditi nei cuori delle persone, celati allo sguardo distratto dei più ma capaci, se scoperti, di donare ad ognuno la gioia e la speranza. Sono un impulso a vivere con pienezza la bellezza e a lottare perché nessuno, in questo terra a volte avara di emozioni, ci sottragga l’aspirazione ad un mondo umano, pienamente, appassionatamente umano

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