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09
Gen

Intervista a Francesco Guccini

Federica Pegorin alias Steccherino intervista Francesco Guccini,
Bologna, via Paolo Fabbri 43,
intervista realizzata in seguito a due incontri negli anni 1999 e 2001
visita il sito di Steccherino

Pensa che oggi sarebbe possibile per un giovane cantautore riuscire ad arrivare o pensa che sia molto più difficile rispetto al suo tempo?
È molto più difficile perché il mercato è molto saturo, mentre allora eravamo pochissimi a fare canzoni, allora era quasi l’eccezione. Adesso io ricevo continuamente cassette, CD di aspiranti. Qualcuno ce la fa. Allora era più facile, perché era tutto nuovo, era il mondo discografico che stava cambiando: da un lato, i cantanti di un tempo non funzionavano più e, dall’altro, cominciavano a funzionare i gruppi. Allora c’erano, da una parte, l’Equipe 84 , i Nomadi, i Dik Dik e, dall’altra, queste voci isolate, De Andrè e io; poi sono arrivati i De Gregari, i Venditti, gli altri insomma.

Certamente se oggi arrivasse un giovane aspirante alla EMI si prenderebbe una porta in faccia, che cosa ne pensa? Come si arrivava a registrare allora? Qual era la differenza?Ma…allora come adesso è sempre difficile! Umberto Eco ha scritto che per farsi pubblicare un romanzo bisogna essere conosciuti e lui si chiede: “Ma come fa uno ad essere già conosciuto se deve pubblicare il primo romanzo?”
Voglio dire, io sono arrivato non perché sia andato alla EMI con le mie cassette, ma perché sono stato presentato alla EMI da questi che lavoravano già con la suddetta Casa Editrice. È importante l’incontro.
Vinicio Capossela che è stato una mia scoperta, ma poi mi sono disinteressato completamente, è venuto da me con questa cassetta che, per caso, ho ascoltato (perché me ne arrivano a migliaia, prima che riesca ad ascoltarle tutte!), non mi è dispiaciuto. Ho detto al mio produttore attuale, Renzo Fantini, che è il produttore anche di Paolo Conte: “Mi sembra interessante, gli vuoi parlare, lo vuoi sentire?”. Per caso Fantini ha detto di sì (perché lui non ne vuole “mezzi” e ha già troppo lavoro) ed uscito anche Capossela.
Quindi, a volte, sono le casualità ad essere più importanti, perché se uno va con una cassetta, la cassetta viene ascoltata, si trovano buone le canzoni, però ce ne sono tante così, tantissime! Ci vuole qualcosa di veramente nuovo, allora i discografici lo prendono in considerazione, altrimenti è difficile.

Dopo un inizio come il suo, dove scrive tantissime canzoni, non c’è poi i dubbio di non riuscire più a scriverne?

Questo è un dubbio che c’è sempre; l’ho avuto fin dai primissimi momenti, però (sorride) è andata sempre bene, sempre avanti.
Adesso, onestamente, sono più pigro. Allora avevo sempre la chitarra in mano, ogni giorno suonavo qualcosa. Adesso è difficile che prenda la chitarra in mano; solo quando ho un’idea. Appena ho un’idea che frulla per la testa, cerco di concretizzarla e, poi, un giorno, quando avrò le idee molto più chiare, mi metterò lì con la chitarra e proverò a scrivere la canzone. Una volta invece, le canzoni mi uscivano quasi, non dico ogni giorno, insomma, con maggiore assiduità, anche perché suonavo quasi tutti i giorni e tutte le sere. Adesso no.

Si dice che Guccini sia un personaggio che non si è mai lasciato influenzare dai compromessi: che cosa ne pensa? Qual è la chiave per rimanere sempre coerenti alle scelte di partenza?
Io questo non lo so! (ride divertito)
Un po’ che sono arrivato a un certo tipo di notorietà non subito, infatti diciamo che il primo disco mio che ha funzionato è stato Radici e io avevo già trentadue anni quando è uscito. Quindi non sono stato il ragazzino che, improvvisamente, ha successo, tipo perdere la testa, ecc… E poi vengo dall’Appennino, vengo dalla montagna, da un’educazione molto particolare: quello che doveva essere è così.

Ha attraversato dei momenti di smarrimento totale, da indurla ad affermare: “No, io da oggi in poi cambio mestiere, non voglio più!”?
Non ho mai avuto dei momenti di smarrimento così forti da farmi pensare di cambiare mestiere; sono sempre stato molto tranquillo da questo punto di vista. Però…(pensa) a parte il fatto che spesso dico: “Smetto e vado in pensione”, ma è più un vezzo che verità. Una volta dissi invece: “Basta, se deve andare così, smetto”, ma non tanto per un insuccesso, quanto per un successo.
Penso nel 1971, fece un concerto a Milano, proprio per beneficenza, e la gente combinò un macello: il teatro era piccolino, volevano entrare tutti, si picchiarono fuori e arrivò la polizia. Io, allora, dissi: “Se devo continuare così, smetto”, anche perché a fare i concerti io ho cominciato tardi.

Parliamo di alcuni suoi colleghi. Rifacendoci alla “Scuola di Genova”, ci sono canzoni di quei cantautori che l’hanno colpita particolarmente?
Ho Se le cose stanno così di Endrigo, la cantavo volentieri, oppure Il cielo in una stanza di Gino Paoli, oppure Il nostro concerto di Bindi, e ancora Ritornerai di Lauzi…tutte cose buone.

Paolo Jachia afferma, nel suo libro dedicato alla canzone d’autore, che lei è riuscito a superare la Scuola di Genova ed è riuscito a non rimanere fermo nella “fossilità” della canzone d’amore. Che cosa ne pensa?
Non è che sia esistita proprio una scuola. Certo, cantautori come Paoli, Tenco, Bindi, Lauzi sono stati importanti durante gli anni Sessanta perché hanno dato una bella sterzata alla canzone italiana, anche se sempre rimanendo, nella maggior parte dei casi, nell’ambito della canzone d’amore. Grosso modo l’ottanta per cento della loro produzione era d’amore, però già con la forma loro.
Il modo di proporre la loro tematica è stato forse anche il loro limite. Sì, ritengo che Jachia abbia ragione quando scrive che io ho affrontato (e con me soprattutto De Andrè) temi che quegli altri non avevano mai affrontato. Anch’io ho scritto canzoni d’amore, ma forse abbastanza diverse, non direttamente d’amore, perché questo tipo di brano anche il più innovativo è sempre la storia di uno che viene lasciato e quindi soffre. Se le cose stanno così, l’ho citata prima insieme a Ritornerai, vedi, basta un titolo per capire l’argomento della canzone.

Che cosa pensa di Luigi Tenco e del suo suicidio?
Non so come sono andate esattamente le cose, lì è ancora un mistero tutto quanto.
Tenco ha avuto delle ottime canzoni, magari tutti quanti non avevano le remore che abbiamo avutop noi, per esempio, né io, né De Andrè siamo mai andati al Festival di Sanremo, mentre Tenco ci è stato e si è ucciso là. Paoli c’è stato, Dalla pure, De Gregori non è mai andato a Sanremo, ma ha fatto Un disco per l’estate, una cosa simile l’ha fatta Vecchioni, cosa che io non farei mai. Quindi erano compromessi che forse allora si accettavano più facilmente, perché poi non c’era tutta questa visione del cantautore, come personaggio un po’…non dico aristocratico, ma un po’ isolato.

Ripensando invece a De Andrè, ha qualche rimpianto?
Fare una serie di concerti insieme sarebbe stata una buona idea. Solo che lui si tirava indietro un po’, perché l’idea gli piaceva molto, soltanto che lo frenava il fatto che io parlo molto durante i concerti e lui quasi niente. E allora aveva paura di fare la figura di quello che sta lì, senza dire niente

 

 

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