Agostino Callegari

Agostino Callegari
un maestro dei cantastorie
Articolo scritto da Fabrizio Poggi
www.turututela.com
Vi racconto la storia di quello che, secondo me, è stato il più grande cantastorie di tutti i tempi, sicuramente un maestro per tutti i moderni cantastorie. Agostino Callegari detto “il Gusto di Pavia” è un artista degno di condividere “la strada” con la esse maiuscola o in questo caso la piazza, con i più grandi raccontatori di storie musicali al mondo, i cui nomi sono ormai entrati nelle leggende d’oltreoceano – Woody Guthrie – e, qui da noi, l’immortale Giovanna “Iris” Daffini. La storia di Agostino Callegari raccontata, scritta o letta, non può non dare qualche brivido alla schiena a chi pensa ancora che le parole “passione” e “musica” debbano essere vocaboli molto vicini tra loro.
Agostino Callegari è nato in un paesino alle porte di Pavia nel 1892. Figlio di contadini comincia fin da piccolo ad aiutare la famiglia nei campi. E’ a sette anni che gli esplode dentro la passione per la musica, si compra una fisarmonica di seconda mano e comincia ad esercitarsi “come un matto” nei momenti liberi. Passa qualche anno e il nostro, dotato di una bella e potente voce da tenore, viene sovente chiamato per andare a cantare e a suonare durante i matrimoni, alle feste dei “coscritti” e nelle sagre paesane. Nel frattempo Agostino fa anche il militare e ha l’occasione di conoscere Gerolamo Montagna, il pioniere dei cantastorie pavesi, che avrà un’influenza decisiva sulle decisioni che il giovane Callegari prenderà qualche anno dopo. Non fa in tempo a tornare dal servizio militare che viene subito richiamato in caserma: è scoppiata la prima guerra mondiale e anche lui deve andare a “servire la patria”. Congedato e tornato alla fattoria di famiglia, Callegari decide che la vita da contadino non fa per lui e, presa con sé la sua fisarmonica, se ne va di casa per diventare allievo e collaboratore di Girolamo Montagna. Il cantastorie lo prende sotto la sua ala protettiva e gli insegna tutti i trucchi del mestiere. Agostino è così bravo come allievo che nel 1920 lascia Montagna per intraprendere la difficile carriera di cantastorie solista. I primi anni sono davvero duri: nella zona intorno a Pavia la gente non aveva un gran interesse per la musica che non fosse da ballo (beh, la cosa non è che sia cambiata di molto oggi), e il Callegari quasi si pente di avere lasciato l’amico più esperto. Nel 1920 si sposa con una ragazza di Voghera, in provincia di Pavia, che è anche la cittadina di residenza di chi state leggendo. Nella “Capitale dell’Oltrepò Pavese” Agostino abita per alcuni anni. Nel 1921 nasce il figlio Adriano, destinato anche lui a diventare una pietra miliare nel mondo non solo dei cantastorie, ma anche degli imbonitori. Quando quest’ultimo è un po’ cresciuto e Agostino è riuscito a mettere i soldi da parte, compra insieme al fratello una casa a Pavia dove si trasferisce.
Si racconta che Agostino, nei primi anni di carriera, quando non era ancora sposato, per riuscire a raggranellare qualche soldo in più e poter quindi coronare il suo sogno d’amore, andava ad esibirsi in Emilia Romagna dove c’era un pubblico più ricettivo e generoso. Questo lo costringeva a stare via da casa per parecchie settimane. Quando ritornava e faceva vedere ai suoi genitori che aveva intascato quasi 1200 lire, questi facevano abbastanza fatica a credere che li avesse guadagnati suonando e cantando. Il padre e la madre erano fermamente convinti che il loro disgraziato figlio fosse un ladro o, peggio, un assassino. Quelle all’epoca erano cifre a dir poco inimmaginabili per dei poveri contadini. Bisognava fare luce su questo mistero. Una sera il padre saputo da Agostino che l’indomani andava a “fare” una piazza lì vicino, dove vi era una grande festa religiosa, lo seguì a sua insaputa, e poi di nascosto (anche perché si vergognava di avere un figlio che faceva il suonatore ambulante), si mise a spiare per controllare se fosse vero tutto quello che il ragazzo gli aveva detto. E così il genitore vide tantissima gente intorno al suo Agostino che vendeva decine e decine di “fogli volanti”, dove c’erano scritte le sue canzoni e in cambio riceveva altrettante copiose manciate di monetine. A occhio e croce il papà aveva calcolato che in pochissimo tempo il suo “disgraziato” figliolo aveva guadagnato il doppio di quanto riceveva un contadino per una lunga e dura giornata di lavoro. Adesso anche la sua famiglia era orgogliosa di lui tanto più che il “Gusto” stava diventando davvero un personaggio popolare. L’Agostino, magro e molto alto aveva le spalle e parte della schiena leggermente curve. Per questa sua caratteristica fisica, che negli ultimi anni si accentuerà, verrà soprannominato “il gobbo di Pavia”. A volte, accentuava lui stesso il suo “difetto” quando cantava le storie dei corridori, facendo il giro tra il pubblico suonando e curvandosi sulla fisarmonica, come se fosse su una bicicletta da corsa. Il ciclismo era la sua grande passione, tanto che quando c’era il Giro d’Italia, Agostino lo seguiva tappa dopo tappa, esibendosi nelle città in cui arrivavano i corridori. Il suo idolo era Girardengo per il quale ha scritto diverse canzoni. Con una gigantesca e pesantissima fisarmonica Dallapè – cromatica, 120 bassi, voci in quarta e sei file di bottoni –, “appoggiava” con una potenza straordinaria (a quell’epoca non c’erano microfoni né altoparlanti per i cantastorie), la sua fortissima voce acuta e dirompente che colpiva “come un pugnale” il cuore delle autentiche folle che formavano i suoi “treppi” (questo il nome che i cantastorie danno ai loro spettacoli). Dal primo dopoguerra agli anni ’30, sono tante le imprese memorabili di Callegari. Famoso è quell’episodio che successe a Cremona nel giugno del 1929. Alle nove del mattino, Callegari butta a terra la valigia che contiene “la stampa” (così erano chiamati dai cantastorie i fogli con le canzoni), la apre e si mette in spalla i suoi dodici chili di fisarmonica (altro che gobbo…). Subito al suono del suo strumento e della sua voce la gente accorre al suo spettacolo. E qui ci fu il famoso “scontro” a suon di canzoni tra il Callegari, che lavorava da solo, ed altre quattro squadre di cantastorie una delle quali addirittura armata di “Jazz Band” (così inspiegabilmente veniva chiamata la batteria dai suonatori ambulanti). Il mitico Agostino sbaragliò tutti i colleghi che, sconfitti da tanta maestria, si ritirarono ben presto, ma il nostro dovette esibirsi suonando e cantando senza fermarsi dalle nove del mattino alle 11 di sera. La sua valigia, che al mattino era piena di musica, adesso era piena di monete e contando gli spiccioli, Agostino si accorse di aver guadagnato la cifra record per quei tempi di circa 1000 lire (in quegli anni, come dice la canzone, con quei soldi si poteva pagare un viaggio in America). Quella notte Callegari tornò alla sua casa di Voghera con un sacco di soldi, sfinito dalla fatica, andò a dormire con la febbre, Agostino. Qualche anno più tardi, qualcuno dirà che il “Gusto” abusava troppo della sua forte fibra e del suo fisico eccezionale. D’altronde fu proprio la sua prestanza fisica che gli venne in soccorso quando su un treno durante il periodo fascista, alcuni squadristi gli imposero con prepotenza di suonare il loro inno “Giovinezza”. Per un po’ Agostino, che è d’animo buono, tergiversa (a lui spirito libero e solitario nessuno poteva imporre di cantare una canzone), poi stufo prende per gli stracci i fascisti e li butta giù dal treno. Callegari che, ripetiamo, era davvero gentile con tutti ma pericoloso quando si arrabbiava, affinché gli squadristi non si facessero troppo male, aveva comunque atteso che il convoglio rallentasse all’ingresso in una stazione prima di passare all’azione. Mitico Agostino! Il nostro “eroe” è stato l’unico cantastorie che “insegnava a cantare”. Agostino eseguiva vecchie arie popolari e canzoni di “attualità” che ripeteva più volte, affinché i clienti che avevano comprato il foglio volante, ma che spesso non sapevano leggere molto bene, imparassero a cantare almeno i ritornelli dei brani. Questa sua peculiarità creava un clima di affettuosa partecipazione alla sua arte popolare. Non ha mai ritenuto di modificare il suo abituale modo di vestire durante le esibizioni (salvo agli inizi quando per farsi maggiormente notare indossava un frac), considerando superfluo l’indossare una “divisa” da lavoro. Secondo lui bastavano le sue canzoni ad attirare la gente e con quel successo, come dargli torto. Il suo repertorio veniva cantato da altri cantastorie, dagli avventori delle osterie e persino dalle mondine che subivano il fascino magnetico delle sue storie. All’inizio degli anni ’20 del ‘900, la sua popolarità era alle stelle. In quel periodo la sua piazza “d’oro” era a Castel San Giovanni in provincia di Piacenza, dove alla domenica si teneva il mercato. La gente verso le dieci di mattina era in piazza ad aspettare il “Gusto”. Se pioveva o c’era troppo sole, il luogo d’incontro era spostato sotto i portici. Agostino Callegari come segnale di presenza metteva la fisarmonica e la sua valigia per terra e poi andava al bar a bere un paio di bicchieri di vino bianco (qualcuno dice anche più di due) per scaldare la voce, il suo primario strumento di lavoro. I suoi innumerevoli ammiratori cominciavano intanto ad arrivare e quando l’Agostino “attaccava a suonare”, la sua voce e la sua fisarmonica si potevano sentire in tutta la città senza bisogno di microfoni e di altre diavolerie elettroniche.
Certo quelli erano anche tempi in cui non erano tante le automobili che sfrecciavano per le vie cittadine. Dopo un po’ di tempo, comunque, Callegari si accorse di non potercela fare da solo a sostenere un intero spettacolo, il suo fisico e la sua voce cominciavano a dare qualche segno di cedimento. Negli anni a seguire Callegari farà coppia con diversi bravi cantastorie, tra i quali vanno ricordati il Tenti di Pavia e il Bollani, detto Picalò, di Corteolona, in provincia di Pavia. Nel 1927 Callegari viene ricoverato in ospedale per degli esami: la vita da strada degli anni precedenti cominciava a farsi sentire. Ristabilitosi, non vuole nemmeno saperne di cercarsi un lavoro più tranquillo perché il suo posto è in piazza a cantare per la gente. Questa è l’unica cosa che lo fa sentire vivo. Riprende quindi la sua febbrile attività di cantastorie, ma nel 1932 viene nuovamente ricoverato in ospedale dove subisce anche un intervento chirurgico. Dopo un lungo periodo di riposo, riprende faticosamente a suonare e, nel 1934, conosce a Voghera un giovane cantastorie di nome Antonio Ferrari, originario delle colline a sud di Pavia che da solo e con molta ingenuità era venuto lì per “conquistare“ la piazza. I due fanno subito amicizia, e Agostino prende il ragazzo sotto la sua protezione insegnandogli tutti i trucchi del mestiere. Quando, nel 1936, Agostino sente che la sua salute comincia a dargli troppi problemi sarà proprio Antonio Ferrari a diventare il suo compagno “di piazza”. Le cose sembravano andare piuttosto bene, il duo a cui spesso si affiancava un altro bravo cantastorie, Antonio Cavallini di Tromello, un piccolo paesino a sud ovest di Pavia, stava riscuotendo un ottimo successo. La maggior parte delle persone in quel periodo si era allontanata dalla politica, la seconda guerra mondiale era per fortuna ancora lontana, la radio e il giradischi erano un lusso di pochi e la televisione doveva essere ancora inventata. Ecco allora che i bravi cantastorie, come il Callegari, riuscivano a far passare alla gente qualche momento lontano dai guai della vita di tutti i giorni.
Nel 1941 il terribile male di cui soffre, un tumore all’intestino, comincia a peggiorare e Agostino deve obbligatoriamente farsi ricoverare all’ospedale. Non si riprese più e morì nel 1942, a soli cinquantanni, in piena seconda guerra mondiale. Qualche suo amico e collega dirà che Agostino Callegari non è un caduto di guerra, ma un “caduto di piazza”. In un mondo che va spesso troppo in fretta e dove lo spettacolo deve comunque continuare, Agostino viene presto dimenticato. Il figlio Adriano continuerà la tradizione di famiglia formando una coppia di formidabili cantastorie con l’allievo prediletto di suo padre, Antonio Ferrari. Certo è che io non dimentico che mi sarebbe piaciuto tanto suonare una sola canzone con la mia armonica insieme al mio “eroe” Agostino Callegari: “il Gusto di Pavia”.
Articolo scritto da Fabrizio Poggi
www.turututela.com


